lunedì 21 ottobre 2013

Barbie’s style


Ovvero l’inverno in rosa, o almeno così avrebbero deciso (ma chi?). 


Tanto per chiarire, quest'inverno non andrò certo  in giro con il cappottino rosa, che abbinato alla mia frangetta bionda, mi farebbe apparire come un’attricetta americana degli anni '50. Quindi grazie. No.

Ma vogliamo invece ricordare che, il tailleur rosa per eccellenza fu quello di Mademoiselle Chanel, che con il rosa fucsia Elsa Schiapparelli ci costruì una carriera e che fu il colore preferito da Monsieur Yves (Saint Laurent) o dobbiamo invece credere che lo avete scoperto voi per la prima volta, cari i miei giovani moderni cool hunter - o chi cerca/scopre/propone le tendenze? 

E poi, per favore, diamo notizie esatte. Il rosa sta bene solo alle more. Così evitiamo tragedie inutili (che già ne abbiamo tante).  









(photo Grazia.it - Tumblr)


sabato 19 ottobre 2013

Non solo Moda


Nel mio viaggiare fra Roma e Milano (a breve mi dedicheranno di sicuro un Frecciarossa, ne sono certa) trovo anche il tempo per andare alle mostre.


Giovedi scorso l’invito per le Scuderie del Quirinale, ovvero una meraviglia dedicata ad Augusto. Poche volte mi emoziono per davvero e questa è stata una di quelle. La mostra ha un allestimento straordinario. Luci perfette e una giusta distanza fra le opere, mettono perfettamente in risalto i 200 capolavori esposti. E poi la magnificenza delle statue di Augusto, riunite per la prima volta tutte insieme. Insomma uno vero spettacolo da andare a visitare.

Peccato per qualche ospite che spinge alle spalle e per la signora, che commenta (stupidamente) davanti ad un capitello corinzio: che l’acanto a lei, le si secca sempre. Madame sa che ha perso l’occasione per restare a casa a guardare Barbara D’Urso?

Ma forse il pubblico è anche questo e bisognerà che mi rassegni (prima o poi).






Grazie all’Ufficio Stampa  Piergiorgio Paris 
e ad Alfredo Cacciani per le foto. 

giovedì 17 ottobre 2013

L’invito a Cena


Quando Lui, quello che ci piace tanto, ci invita a cena, non badiamo a spese (noi) ma io invece, voglio essere prosaica (come loro) e fare due conti in tasca al meraviglioso uomo. 



"Intanto vado dal parrucchiere a farmi una piega, hai visto che da sola mi vengono male e poi con l’umidità che c’è sarà meglio non rischiare. E cosa mi metto? E' il caso di comprare qualcosa, tutti quei vestiti e non uno che mi stia bene per davvero. Ma si, compro un top, magari nero, magari di seta, così se decidessi anche solo per i jeans, sarei chic e informale. Ma mi serve anche un reggiseno nuovo e il top starà ancora meglio, ma certo che prendo tutto il completino, che domande. E poi le scarpe, per fortuna sono perfette quelle nuove. Ma lo smalto? Meglio comprare l’ultimo colore di Chanel, hai visto mai che se ne intende".  

E dopo tutto questo, Lui non ci porta mica a cena da Cracco, no, solo in un banalissimo ristorante a costi modici. E noi siamo persino felici e ci pare addirittura romantico.

Perché siamo donne. E siamo fatte così (senza speranza alcuna). 





(photo Jak&Jil)

mercoledì 16 ottobre 2013

La felpa


(questa sconosciuta) sale di rango e diventa chicchissima, addirittura bon ton.


Della serie mai portata in vita mia, mai amata, mai comprata. Insomma mai di niente, oggi (quasi) mi piace.

E la colpa (merito) sarà forse del mio amato Alessandro Dell’Acqua, del talento di Riccardo Tisci e di quei due genietti da Kenzo, che la propongono con la gonna longuette e come per magia, diventa terribilmente femminile e smette di essere look da palestra, da jogging, da tempo libero e da ragazzina di liceo.

I designer, nella moda (e non solo) sono tutto. La creatività non è cosa semplice e bisognerebbe sottolinearlo un po’ più spesso. 






(photo Tumblr)


martedì 15 ottobre 2013

L’importanza di chiamarsi Ernesto


parafrasando Oscar Wilde, perché davvero non si può star tranquilli neanche con il proprio nome e cognome. Quello che ci appartiene, che ci hanno regalato dalla nascita e che ci portiamo dietro (anche con un po’ di orgoglio) come eredità familiare. 

 

Ovvero il mio (caro) amico Gabriele Fiorucci (nella foto con l'attrice Vittoria Schisano) ha avuto, come dire, la pessima idea di nascere con questo cognome, di lavorare nella moda (fa il designer) e alla Fiorucci (brand del gruppo giapponese Edwin) non gli fa piacere, anzi gli dà proprio fastidio e gli hanno addirittura fatto causa. E quindi. Caro Signor Gabriele Fiorucci le dispiacerebbe cambiare cognome, perché a noi disturba molto che lei si chiami come noi, anzi come il brand che abbiamo comprato.

E volendo anche farlo, dove si acquistano i nuovi cognomi, cari Signori Edwin, li vendono nelle boutique del centro, negli scaffali, in ordine di colore e di collezione come i foulard? Così, per sapere, che magari mi premunisco anch’io. Hai visto mai che al biscottificio Doria, gli dovessi dare impiccio.

Storie di vita, che fanno sorridere (o forse no).





(photo Tumblr - Gabriele Fiorucci)


lunedì 14 ottobre 2013

Oddio che fatica


 è lunedi. E si ricomincia. 




Ad essere (o apparire?) ironica anche se non mi va, perchè i depressi non li ama nessuno, intelligente, perché la stupidità certo non è gradita, look a posto, perchè la sciatteria non è mai bella e poi scegliere di non capire e agire d’astuzia sempre, perché nel lavoro, così come nell’amore, (quasi) mai si gioca a carte scoperte. A volte è faticoso e oggi vorrei quasi scendere dalla giostra, ma per andare dove, non lo so. 
Sarà certamente colpa dell’autunno, perché con il sole non ho mai di questi pensieri.

E l’autunno a me non piace, così come i golf, neanche di cachemire, neanche di Loro Piana (che oggi mi è anche un po' antipatico). 







(photo Tumblr)

sabato 12 ottobre 2013

La Moda non è solo passerella


ma Industria.


E vorrei che questa cosa si ripetesse (e si ricordasse) più spesso. 


L’Università Bocconi stima il settore globale della Moda in 17 trilioni di dollari, ma tranquilli che i ricavi più alti, non sono italiani. Anche se, nella sola città di Milano, il settore Moda rappresenta il 21% del PIL della città ed è dunque trainante sia per l'economia della città stessa che del Paese. A Milano ci sono più di 7mila imprese legate al mondo del fashion, con un fatturato di circa 100 miliardi di euro e volumi di 4 miliardi.
Ma il comparto italiano soffre e risulta appetibile - aggredibile dall'estero e i brand italiani sono sempre più comprati da grossi gruppi stranieri (leggi francesi). 
E così il Made in Italy va lentamente scomparendo.

A volte bisognerebbe parlare e scrivere anche di questo.

E non solo di mood. 




(photp Little Plastic Horses)